Memorie alluvionali
La notte fra il 3 e il 4 novembre 1966 l’Arno, memore della tradizione pagana che attribuisce ai fiumi anima bizzarra e furore divini, decise di uscire con violenza dal suo alveo sommergendo dalla sorgente alla foce per intero la sua valle di melma, liquami enafta uscita dalle cisterne dei bruciatori domestici e Firenze fu una città alluvionata.
“Alluvionate ” era allora un termine comunemente riservato alle valli del Polesine le quali, un anno sì e l’altro no, subivano questa sorte avvertita dalla maggioranza degli italiani per il risibile aumento imposto dai governi del tempo sui biglietti del cinema e sul litro di benzina, da poco diventata “super”.
Scene di paesi galleggianti su maestose pozzanghere, senza moto ondoso e ferme come specchi di cristallo appena increspati dalle barche degli sfollati e soccorritori, si potevano vedere nei filmgiornali proiettati nei cinema del tempo e nelle vicende di Peppone e Don Camillo dai set ambientati in anonimi paesi della Bassa Padana.
Ma un fiume, maestoso come il Rio delle Amazzoni, che attraversava di brutto una città, e una città come Firenze, non si era mai visto, a memoria d’uomo vivo almeno, visto che le cronache ammonivano che lo straordinario fatto si ripeteva con puntigliosa regolarità ogni cento anni.
Un incredulo sbigottimento fu il sentimento di quello sparuto drappello di cittadini che abitando in collina e alzatisi di buonora poterono contemplare lo spettacolo dal Piazzale Michelangelo sotto una pioggia ancora battente nonostante l’impareggiabile risultato raggiunto.
Poi, ritiratesi le acque come nel Mar Rosso biblico, i fiorentini rifugiatisi ai primi piani, i più fortunati, ai terzi e sui tetti i più sfortunati, poterono scendere di nuovo nelle strade dove il fiume testimoniava la sua creatività, citando tutte le avanguardie artistiche del tempo, in un’incredibile performance impastata di fango, carcasse d’auto e rifiuti d’ogni genere.
I fiorentini non furono da meno e insieme ai primi e risibili colpi di pala per liberarsi dalla mefitica melma comparvero nelle vetrine fangose dei negozi, le merci sconciate ammucchiate davanti nella strada, cartelli che temperavano la rabbia e la disperazione nel sarcasmo delle battute di spirito: “Liquidasi tutto”, “Alluvio pesce del diluvio” (affisso ad un barattolo di vetro dove in acqua poco pulita nuotava un pesce d’Arno) e via dicendo.
La mostra della “ Superarchitettura” è stata pensata discussa e costruita in questo paesaggio umano e urbano e nona caso ha debuttato appena un mese dopo a Pistoia, città che data la geografia del luogo, non fu investita dalla bizzarria dell’Arno che le scorre incassato a valle a rispettabile distanza.
I protagonisti di questa vicenda, allora tra i venti e ventisette anni, già “giovani adulti” secondo il metro generazionale del tempo, l’hanno vissuta nel clima e le emozioni straordinarie di una città che a sua volta viveva un’esperienza straordinaria, come più tardi scrisse Arata Isozaki che, con acume orientale sensibile alle trame psicologiche del genius loci, vide i due eventi sottilmente intrecciati.
La “Superarchitettura” era ambientata nella galleria d’arte “Jolly 2” al numero diciassette di via san Bartolomeo, un sottosuolo di due stanze cui si accedeva da ripidi scalini che immettevano direttamente nella strada più in alto. Lo gestiva il signor Nerozzi, alias “Puppino”, un simpatico venditore di pesce fresco che riceveva direttamente gli artisti al mercato, dietro il banco ingombro di persici e calamari. Da lui sono passate quasi tutte le leve della Pop art giovanile pistoiese , affollata di talenti allora in erba Un imbuto d’ingresso, il cui compito principale era quello di distrarre lo spettatore dalla modestia del luogo, era decorato a nubi e raggi di sole che scaturivano da una stretta apertura nella quale era inquadrato un prisma decorato a strisce ondulate sul quale spiccava il logo della Superarchitettura.
Superato l’imbuto ci si trovava di fronte ad una serie d’oggetti costruiti e dipinti dai protagonisti in un paio di settimane di frenetica attività: una chaise-longue, una cassa acustica collegata ad un improbabile scatola giradischi, una cassettiera con decori luminosi, un contenitore cubico, due sedili ad onde che, dirimpetto l’uno all’altro, riempivano per intero la seconda stanza ed una serie di solidi floreali di cartone tagliati trasversalmente ad angolature diverse e colorati vivacemente.
“Supersonik”, “Per Aspera”, “La mucca”,”Superonda” erano i nomi dati per caso o per intenzione ad alcuni degli oggetti in mostra; non tutti erano stati realizzati per l’occasione, alcuni provenivano da altre intenzioni ed occasioni ma tutti scaturivano da una miscela esplosiva nella quale si temperavano improvvisazione, spregiudicatezza giovanile, ironia, spirito ludico, senso e consapevolezza critica dei tempi vissuti.
Gilberto Corretti
24/02/07